|
|

Località:
Largo XXV Luglio |
Superato
il quartiere umbertino ci si trova di fronte al grande emiciclo che
contiene i ruderi del tempio di Apollo.
Al visitatore, al forestiero che giungeva
in Ortigia, doveva destare non poca impressione la potente costruzione
con sei colonne sulla facciata e diciassette sui fianchi… e tutte monolitiche!
L’imponenza era accresciuta da altre sei colonne poste dietro quelle
della facciata; un pronao immetteva alla cella, divisa in tre navate
da due filari di colonne.
Il tempio, risalente ai primi anni del
VI secolo a.C.- se non agli ultimi del precedente - , è certamente
il più vetusto tempio dorico della Sicilia. Rivela la propria arcaicità
nella forma dell’echino - amplissimo -, nella considerevole altezza
dell’architrave - ben m. 2,15 -, negli intercolumni strettissimi ed
irregolari: questo ha comportato la quasi impossibilità di applicare
le ferree leggi dell’euritmia tra i triglifi e gli assi delle colonne.
La sua caratteristica principale, da qui anche la sua importanza, è
l’essere stato il primo tempio con peristasi – sequenza del crepidoma,
colonne ed epistilio – lapidea. L’avere innalzato delle colonne in pietra
fu un evento davvero eccezionale, tanto da essere sottolineato nell’iscrizione
dedicatoria; nel lato Est della krepis leggiamo infatti: Cleomenes,
figlio di Cneidieides, fece ad Apollo (il tempio) ed Ep
icle (fece) le colonne: è un bel lavoro.
Tuttavia la fiducia sulla capacità di resistenza della pietra era
molto limitata; dal brandello di architrave che poggia superstite
sulle colonne ci accorgiamo che era fatto a “L”: dentro correva una
robusta anima in legno.
Il tempio, rimasto in uso per tutto il periodo romano, in quello bizantino
inizia le proprie traversie. Fu dapprima tramutato in basilica cristiana,
poi, dagli Arabi in moschea e dai Normanni nuovamente in chiesa cristiana.
Appartiene a questo periodo la sopraelevazione dei muri della cella,
nella quale fu ricavata la chiesa del Salvatore dei maestri quartarari:
la porta archiacuta, che ancor oggi si vede con la pittoresca prospettiva
sul mercato di Ortigia, era l’antico ingresso della chiesa.
Nel Cinquecento, inserita la città nel più ampio piano di
fortificazione che Carlo V impose alla Sicilia,
sui ruderi del tempio si edificò una caserma (1561 il cosiddetto
Quartiere Vecchio);
fu demolita la vecchia chiesa ma, poco più di un secolo dopo,
ne fu eretta un’altra alla Madonna di tutte le Grazie (1664).
Rimanevano fuori dalla costruzione militare le
due imponenti colonne che i visitatori e gli studiosi sette -
ottocenteschi potevano vedere dalla casa Santoro in contrada Salibra.
Nella seconda metà dell'Ottocento, l’antica struttura fu interessata
da una serie di scavi per riportare alla luce i resti del tempio e fu
demolita quest’ultima chiesa (1864).
Dagli Anni Quaranta in poi del secolo scorso, un'ulteriore campagna
di scavi sistematici e la demolizione delle strutture militari ne hanno
portato definitivamente alla luce le parti superstiti.
Quello che immediatamente ci appare alla vista è la parte posteriore
dell’edificio, poiché i templi greci avevano il prospetto rivolto ad
Oriente. Oggi non rimangono che due colonne e pochi altri resti a testimoniarne
la monumentalità.
|